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Duke’s Flowers: impressioni di un concerto_by Marta Pelle

Cosa si vede fra chi ascolta Duke’s Flowers dal vivo in una chiesa sconsacrata nel cuore delle Alpi?

L’ondeggiare del capo e le torsioni delle caviglie che seguono il ritmo. Piedi scalzi sulla pietra al tempo della batteria. Le ombre lunghe di pezzi d’arte e strumenti. Il luccichio dell’ottone e dell’argento sul palco, quello intermittente della Vigna Bronzea che circonda il concerto.

Tutto questo è reale e chi era a Castione Andevenno, ieri, lo sa. La rielaborazione delle canzoni dai titoli floreali di Duke Ellington da parte di Riccardo Fioravanti, Roberto Cecchetto, Alessandro Rossi e Daniele Raimondi ha saputo riempire l’Auditorium non solo di appassionati di jazz, ma anche di arte ed intensità.

E cosa si prova ad ascoltare Duke’s Flowers dal vivo?

African Flower non esplode.

Si espande lentamente nell’aria, profumandola di atmosfere equatoriali e note morbide. È un’apertura dolce, una porta socchiusa che sta per spalancarsi sul giardino. Ed è Angelica a tirare la maniglia con la sua neonata intro percussiva. Il cajon suona come il primo respiro che ora stenta, poi si regolarizza e s’impenna e impara il suo ritmo personale e si assesta, fino ad arricchirsi dei tintinnii dei piatti e ad esplodere nel crescendo di chitarra, in una contrapposizione di note molli e ritmo incalzante.

A Flower is a Lovesome Thing spicca la corsa sul prato e s’accende di tumulto amoroso, scandita com’è dai ritmi sincopati degli abbracci, in una corsa fra suono e battiti del cuore. Ma con Absinthe e la sua intro rarefatta la corsa si fa più lenta e sospesa, come il passaggio fra il crepuscolo e il buio, ed il racconto rallenta e si prolunga in percussioni attutite che sanno di una chiacchierata dopo cena.

Poi l’assolo di chitarra che apre Blue Flower si fa vento.

Non vento fra i capelli, non brezza sottile. È vento da cui lasciarsi portare per superare il giardino e sfiorare le viti in ascesa fino al limitare del bosco, da seguire fra i castagni e le more fino agli alpeggi più alti. E si rimane soli finchè l’ingresso del basso e della tromba non accendono la solitudine di un sole domenicale d’altri tempi. Qualcosa come un pomeriggio al parco, ad ascoltare un concerto sotto un bianco gazebo in ferro battuto. E infine Blue Rose, che si schiude con la sua intro di basso sulle spine, perfetto come il salto delle api da un fiore all’altro. A sentir bene, stiamo cogliendo un mazzo di suoni che si aprono e perdono petali in caduta libera. Un ultimo tentativo di beatboxing che pare salvarli, inaspettato e straniante, e la chiusura morente della chitarra e della porta a vetri sul giardino.

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